Scrutava i suoi movimenti, il suo viso, le sue labbra.
Erano carnose, morbide, lisce, perfette.
Lela si accorse del suo fissare continuo: "A che pensi?"
"Mi manca qualcosa, non so precisamente cosa, ma mi manca. Sono fatto a metà, come una mela tagliata. L'altra parte dov'è? La mia parte?"
"Non riesco a capirti"
"Normale che tu non riesca. D'altronde sono strano, non mi capisco nemmeno io."
"Vorrei farlo, sai, l'essere diverso dagli altri è un elemento da pochi."
"Tu credi? Io non sono diverso, ho detto strano Lela."
"Diverso, strano, per me sei comunque tu. Perché non ti apri? Vorrei conoscerti dentro. Che ne sai? Magari riuscirò a capirti al massimo, vorrei."
Non rispose. Rimase a guardare il vuoto, le sue palpebre sembrava abbracciassero le pupille color dell'erba.
Lela ci rimase male, si chiedeva del perché non la degnasse di uno sguardo. Perché rimase zitto?
Si avvicinò e le mani piccole e candide iniziarono ad accarezzarlo. Egli si tranquillizzò, smise di tremare e la guardò negli occhi.
"Serve tempo, sì, ne sono sicuro, è quello che serve affinché mi apra. Aspetteresti? Avresti la pazienza di avermi così?"
Lo abbracciò. Forte. Entrambi percepirono i brividi, il profumo, il tremare dell'altro.
"L'averti così mi fa impazzire, perfetto."
Nessun commento:
Posta un commento